10 Febbraio 1992: ricordate cosa accadeva esattamente vent’anni fa?

Il 10 Febbraio 1992 è una data importante per l’Italia: lo è per la vita di tutti quelli che all’epoca avevano… non lo so, diciamo tra i cinque e i venticinque anni, ma non solamente. Già vi vedo mentre alzate gli occhi al cielo e scrutate le nuvole cercando l’ispirazione giusta per far risalire alla memoria qualche avvenimento importante di quell’anno: che diavolo è successo nel 1992? Sono già passati vent’anni? Quanti ne avevo, di anni, allora?

Io il 10 Febbraio ne avevo quasi undici e direi proprio che sì, di cose importanti (e meno) da ricordare ne sono successe: Falcone prima e Borsellino poi, l’inizio dell’inchiesta “mani pulite”, la Lega Nord che ottiene il suo primo grande successo, lo scudetto del Milan con Van Basten capocannoniere, Jovanotti che canta “Sono un ragazzo fortunato, perché mi hanno regalato un sogno: sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno”; esce “Automatic for the people” dei REM, Freddie Mercury è morto da poco e cominciano ad essere pubblicati i suoi Greatest Hits che non smetteranno mai più di tormentarci, soprattutto intorno a Natale. E poi le Olimpiadi di Barcellona e l’Europeo di calcio vinto dalla Danimarca. Mia madre aveva la “127” rossa ed era in procinto di sostituirla in favore di una “Uno” bianca (lasci centoventisette e prendi uno: non è una metafora di ciò che sarebbe accaduto poi, con l’avvicinarsi degli anni zero? Ci hanno abituati a campare con poco attraverso le pubblicità del detersivo, convincendoci che ricevere due fustini in cambio di uno fosse sconveniente)

Col tempo siamo portati a pensare che le cose importanti siano solamente quelle che negli anni vengono rievocate dai telegiornali, quelle che ci consentono di fare bella figura ricordandone la data esatta, facendo sfoggio di una ferrea memoria; fatti che riguardano la politica, oppure i grandi avvenimenti di cronaca nera: d’altra parte, non possiamo certo ricordarci tutto. Ecco, la nostra memoria storica in queste due cose è veramente infallibile: le puttanate dei politici e i morti. Ne ricordiamo le date, ma non impariamo mai nulla da ciò che è successo.

Eppure è accaduto qualcosa, qualcosa d’altro, nel 1992, il 10 febbraio. Qualcosa che non viene ricordato dai telegiornali ma che, se ci pensate, un po’ la vita ve l’ha cambiata. E che ci ha disillusi una volta per tutte: perché se anche i supereroi muoiono, non ce n’è davvero per nessuno.

10 Febbraio 1992: esce Hanno ucciso l’uomo ragno, degli 883. Vi sembra una cosa assolutamente senza importanza? Beh, questo disco vende seicentocinquantamila copie aggiudicandosi un disco di diamante, un disco d’oro e sei dischi di platino; rimane in testa alle classifiche per dieci settimane (alla fine dell’anno, cioè più di dieci mesi dopo l’uscita, è ancora al quarto posto), ne vengono estratti sei singoli. Tutti hanno la cassetta degli 883; tutti si chiedono chi diavolo l’abbia ucciso, l’uomo ragno (forse qualche industria di caffè?); tutti cantiamo Come mai ma chi sarai per fare questo a me, notti intere ad aspettarti, ad aspettare te e ci convinciamo che no, le notti non finiscono all’alba nella via.

E qualcosa cambia. In quell’anno, e nel successivo, diversi studenti universitari scrivono la loro tesi di laurea sul linguaggio comunicativo degli 883 (mi piacerebbe vedere l’espressione delle altre persone quando questi, oggi, se ne escono con un: “io la tesi l’ho fatta sugli 883!”); si scopre come due ragazzetti che cantano della vita di provincia (cioè, uno canta: l’altro balla, e pure male) e che “parlano come mangiano” possano, musicalmente parlando,conquistare un intero paese, fotografando l’Italia di quegli anni meglio di quanto non abbiano saputo fare i telegiornali, i rotocalchi, i talk show, e quant’altro. Un’istantanea di una generazione che ancora non sapeva cosa l’aspettava di lì a pochi anni. E poi ancora: S’inkazza scritto con la “k” (non esisteva, questa cosa, nel ’92), Non me la menare, Te la tiri: non sto dicendo che li abbiano inventati loro, questi slang, ma provate a pensare quanto questi modi di dire abbiano bussato alle vostre labbra dopo aver ascoltato quel disco, a differenza di prima. E per chi all’epoca non aveva undici anni come me, ma qualcuno in più? Ce n’è anche per voi: quando torni a casa alle sei, come un ninja fai le scale. Questa casa non è un albergo, lo dice anche papà.

Non sto facendo il nostalgico, anche se parrebbe il contrario. Volevo solo arrivare a questo: andate a rivedervi qualche telegiornale di quell’anno, poi riascoltatevi il disco degli 883, e ditemi quale delle due cose rappresenta meglio il 1992.

Poi, lo so, ci saranno quelli che stanno pensando che sì, sto facendo un discorso carino ma che poi, alla fine, non è altro che malinconia mista ad un tantino di retorica, e che bisogna vivere nel presente, che i tempi sono cambiati e bla bla bla: avete ragione. Ma quando stasera uscirete dal solito ufficio, nel quale anche oggi avrete svolto lo stesso lavoro che dovrete continuare a fare per più di trent’anni, e poi vi recherete in stazione a prendere il solito treno sognando di essere da un’altra parte, in un altro posto, lontano, potrebbe essere che estraendo il biglietto dal portafogli buttiate un’occhiata allo scomparto in cui tenete le banconote e allora, nonostante i vostri discorsi sul vivere nel presente e nonostante nel frattempo sia pure cambiata la valuta, penserete una cosa, e vi renderete conto che dopo vent’anni è ancora fottutamente vera:

Con un deca non si può andar via, non ci basta neanche in pizzeria.

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