Tu chiamale, se vuoi, riflessioni

Non mi sono mai piaciuti i blog nei quali la gente racconta i fatti propri: sarà che non ho la tendenza a parlare di me, forse, e di conseguenza non ho interesse a leggere nemmeno ciò che gli altri scrivono di loro stessi: in fondo nemmeno li conosco. A meno che – e questo fa la differenza – non lo si faccia con stile: se la figura di merda che avete rimediato in Posta diventa un aneddoto divertente, il vostro nuovo amore si traduce in una poesia degna di tal nome e il vostro piede rotto è occasione per scrivere un accattivante articolo sulle condizioni della sanità nazionale, allora mi interessa. D’altra parte il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose, diceva Wittgenstein. Ma se mi venite a raccontare che ieri avete fatto un giro al parco e basta, ecco, non mi interessa. Lo so, cosa state pensando: ok, l’introduzione l’hai fatta: quando arrivano le cazzate? La verità è che non so se ci saranno cazzate, in questo post: sto improvvisando. Diciamo che sto giocando con la vostra attenzione. Il fatto che questo blog abbia delle rubriche a cadenza più o meno setitmanale mi consente di dargli una parvenza di organizzazione, di aggiornarlo quasi tutti i giorni e di pararmi il culo quando non sono in vena di scrivere. Ma a volte può diventare terribilmente noioso,e quindi oggi ci metto un po’ di tutto. Un po’ di me, forse. Ma non alla maniera che ho appena dichiarato di odiare, ovviamente. O almeno ci provo.

Ad esempio potrei parlare del nuovo disco dei Farmer Sea, che sto ascoltando ed apprezzando da qualche giorno. Potrei scriverne una recensione come in altri blog viene fatto, anche dai non addetti ai lavori. Ma non recensirò un disco che con tutta probabilità non avete ancora sentito e che forse non andrete a cercarvi dopo aver letto il mio modesto parere a riguardo: vi tendo la mano e ve lo faccio direttamente ascoltare.

(dal sito ufficiale: www.farmersea.it)

Che altro? Ah, sto (ri)leggendo la biografia di Stephen King, che è pure un manuale di scrittura, ed alcuni passaggi risultano essere particolarmente interessanti. Questo, ad esempio:

Se una persona in totale padronanza delle sue facoltà mentali è in grado di scopare come se fosse fuori di testa – arriva addirittura ad andarci, fuori di testa, nel fuoco di quella passione – perché gli scrittori non dovrebbero essere capaci di sbiellare rimanendo sani di mente?
Bello, no?
E poi… ah, sì, uno delle poche controindicazioni dell’essere sprovvisti di un compagno/a di vita è la spesa: le porzioni per i single non sono quasi per nulla contemplate nel nostro Paese:

“Salve, vorrei una bistecca.”  “Guardi, se prende la confezione da dodici chili risparmia il trenta per cento.” “E che diavolo dovrei farmene di dodici chili di roba? Vivo da solo!” “Beh, la metta in freezer!”

Avete intenzione di andare a vivere da soli? Date retta a me, non fate il mio stesso errore: fatevi costruire una stanza freezer all’interno della casa, di almeno venti metri quadrati. Al limite potrete sempre recuperare le spese affittandola a Rocky Balboa per allenarsi. E poi guardatevi la parodia di Rocky di Rémi Gaillard. E poi comprate questa figata:

Il vaso da balcone che diventa griglia per single


Vivere in città, specialmente in condominio, significa non avere abbastanza spazio per tutto quello che si vorrebbe, barbecue incluso. Mettere una griglia in balcone significa non avere più spazio per le piante e, spesso, neanche per muoversi. La combinazione tra vaso per piante e griglia proposta da Erbe, però, è davvero molto interessante, per quanto strana.
La parte alta è un normale vaso da balcone in cui potete far crescere le vostre piantine aromatiche. Quando la alzate, la parte sotto diventa una mini griglia in ceramica termo isolata, con una superficie di cottura di diametro pari a 29 cm: giusta per una bistecca media. Un’idea geniale, non c’è che dire. Peccato che costi un po’ tanto per essere una griglia da single: 124 dollari (circa 100 euro).

(fonte: gizmodo.it)

Ieri sera, mentre facevo due passi, ho trovato un portafogli e un cellulare per terra. Ho scorso la rubrica fino alla voce “papà”, ho chiamato e mi sono accordato per restituire il tutto. Arrivato dalla tizia in questione, questa mi ringrazia sentitamente, apre il portafogli, verifica che i suoi cento euro non siano stati toccati e mi dice ti devo qualcosa?

Se avessi voluto dei soldi te li avrei fregati dal portafogli forse non è stata la risposta più brillante che potessi dare, in effetti.

Direi che per oggi è tutto: come vedete, all’interno di questo post nato a caso e proseguito in maniera altrettanto casuale mi sono già giocato una delle rubriche settimanali, la nostra lista della spesa. Ma chissenefrega. Chiudo con un altro passaggio del libro di King che si chiude con una citazione che personalmente ritengo fenomenale:

Il problema di ciò che volete dire è fondamentale. Se ne dubitate, pensate a tutte le volte che avete sentito qualcuno affermare: «Non so proprio come descriverlo», oppure: «Non è quello che intendo». Pensate a tutte le volte che voi vi siete espressi, di solito in un tono di lieve o profonda frustrazione. La parola è solo una rappresentazione del significato; anche nel migliore dei casi, la scrittura resta quasi sempre un passo indietro rispetto al pieno significato. Stando così le cose, perché in nome di Dio dovreste peggiorare la situazione scegliendo una parola che è solo cugina di quella che avevate veramente intenzione di usare?
E considerate senz’altro ciò che è più adatto; come ha osservato una volta George Carlin, in certi ambienti va benissimo cazzare la scotta, ma quanto mai inopportuno scottarsi il cazzo.

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