La posta di QuandoSiFaBuio: le fotografie ci rubano l’anima?

Per la “posta di QuandoSiFaBuio” ci scrive un anonimo seguace di appletini, dalla Spagna:

 

Estimado Quandosehaceobscuro,

soy un ricercatore universitario extranjero, aficionado lector de appletini!
Muchas felicidades por el blog, me piace moltissimo!
Desde molto tempo tengo un dubbio que no puedo explicar, forse tu me puoi ayutare:

E' verdad che las fotografias te roban un poquito de anima?
Todos los días ci sono personas que mi fanno fotografias cuando voy al trabajo porque vivo en un posto muy turístico… y si este dicho es verdad allora… cuanta anima mi resta?

Gracias por tu ayuda,
Un caloroso saludo!
Anónimo (Preferiría rimanere anónimo si es posible)

 

Allora: è complicato.

Bisogna partire dalla definizione di anima. Essa è solitamente intesa come “parte spirituale ed eterna di un essere vivente, comunemente ritenuta indipendente dal corpo, poiché distinta dalla parte fisica”.

Per quanto riguarda la fotografia, invece, “è un processo per la registrazione permanente di un'immagine statica, proiettata per mezzo di un sistema ottico su una superficie fotosensibile (pellicola con emulsione chimica, per la fotografia tradizionale; sensore elettronico per la fotografia digitale).

Ciò che sappiamo dell'anima lo conosciamo quasi esclusivamente grazie alle religioni, questo perché provarne scientificamente l'esistenza sarebbe come tentare di asciugare gli scogli. Se è vero che l'anima è indipendente dal corpo, e che all'interno di un percorso spirituale la suddetta anima tende a raggiungere una non meglio specificata “luce”, è altrettanto vero che “la parola fotografia deriva dall'unione di due parole di origine greca luce (φῶς | phôs) e grafia o scrittura (γραφή | graphis), le quali letteralmente unite significano "scrivere con la luce".

Sembra dunque che, in effetti, l'anima e la fotografia trovino un punto d'incontro attraverso la luminosità.
Ora, da dove può derivare questa luce? Dal sole? Troppo scientifico. Dal paradiso? Troppo spirituale.
La luce che lega l'anima alla fotografia è il flash, cazzo.
Il flash è il nostro canale di comunicazione con l'aldilà. Ricordate i Ghostbusters? Per catturare i fantasmi utilizzavano una trappola che quando si apriva emetteva un potente fascio luminoso. Questo perché la luce ci collega all'aldilà, ma attenzione: le anime sono fotosensibili; questo significa che reagiscono alla luce stessa. Come? Consumandosi i coglioni.
D'altra parte, a chi non rompe le palle un flash in pieno volto? Perché le anime dovrebbero rappresentare un'eccezione in questo senso?
Quindi, postulando l'esistenza di una certa quantità di coglioni che l'anima possiede, ed ammettendo che la presenza di luce (cioè di flash) consumi i suddetti attributi, si evince che l'unità di misura dell'anima è rappresentata dalla formula coglioni fratto luce (coglioni/luce), che si riassume con la sigla CL (curiosamente identica a quella di Comunione e Liberazione).
Applicando il teorema di Pitagora alla trappola dei Ghostbusters, poi, si ottiene un interessante parametro che definiremo
Geronimo: in sostanza, la somma dei quadrati costruiti sui cateti della trappola dei Ghostbusters è pari alla somma dei bollini del supermercato necessari per acquisire un kit di valigie con un piccolo contributo di trentanoveeuroenovanta.

Questo è il Geronimo.
Ora, tornando con la memoria alla seconda media, troviamo il minimo comune denominatore tra il CL, il Geronimo e Cristiano Malgioglio, nel seguente modo:

 

CL / X; Geronimo / Y; Malgioglio / Z;

CL+Geronimo+Malgioglio / XYZ;

Malgioglio Super Sayan / Simbolo di Batman.

Il denominatore così ottenuto viene nominato Mezzasega. Quindi:

 malgioglio

/

batman

 

=

mezza

Dividendo l'aspettativa di vita media di un essere umano occidentale per il Mezzasega, si ottiene il valore di resistenza dei testicoli della propria anima (il cosiddetto Ω-scroto, o Omegascroto). Dividendo quindi Ω-scroto per la potenza media di un flash otterremo, come preventivato, l'unità di misura dell'anima: coglioni/luce, in cui i coglioni sono rappresentati dal Ω-scroto e la luce dalla portata media del flash (γ-flash, o Gammaflash).
Il risultato ottenuto è il valore di anima che ci viene tolto ogni qualvolta un flash ci colpisce: questo valore assume il nome di UnNanoEntraInUnCaffè:Splash.
Dovremmo quindi sottrarre dal nostro Ω-scroto il valore del UnNanoEntraInUnCaffè:Splash ogni qualvolta un flash ci colpisce, per tenere monitorata la quantità di anima che ci rimane. Questo è ovviamente ai limiti dell'impossibile, ma poco importa: un recente studio da me inventato al momento stabilisce che l'anima, in definitiva, non serve proprio a un cazzo.

 

Carissimi lettori, non dimenticate di contattarmi all'indirizzo di posta elettronica quandosifabuio@appletini.it per pormi le vostre domande esistenziali, alle quali sarà mia cura rispondere con la consueta devozione, il rigore scientifico e la serietà che da sempre mi caratterizzano.

La posta di QuandoSiFaBuio

Per la “posta di QuandoSiFaBuio”, ci scrive una nostra affezionata lettrice (credo):

 

“Egregio QSFB,
considerando la sua esperienza nel rispondere ai quesiti che attanagliano i lettori di Appletini,
la sua rubrica "la posta di quandosifabuio" dove vengono trattati argomenti a 360°,
e trovando lei molto affascinante, mi permetto di porLe alcuni quesiti: perché i pigiami hanno accostamenti di colori così orribili?
Non dovrebbero invogliare?
Ma soprattutto, perché quelli a forma di giacca hanno il taschino sul petto?
Sicura di una sua risposta.
La ringrazio.
                       QBTB”

 

La risposta a questa domanda, tanto per cambiare, non è di facile elaborazione. Come sempre, partiamo dalle basi: descrizione e breve storia del pigiama.

Pigiama è il termine con il quale si fa riferimento ad una serie di capi di abbigliamento, utilizzati a letto. Il termine originale faceva riferimento a dei pantaloni larghi e leggeri, utilizzati in Asia da entrambi i sessi. In occidente invece per pigiama si intende un indumento composto da due "pezzi", derivato dall'originale, ed utilizzato come capo di abbigliamento per il sonno, ma anche per l'abbigliamento casalingo, sempre da entrambi i sessi.

Il termine pigiama è stato introdotto nelle lingue occidentali dal persiano. Il termine originale پايجامه Payjama aveva il significato di indumento per le gambe. L'utilizzo mondiale del pigiama (sia la parola, che l'indumento) è il risultato della presenza britannica nell'Asia del Sud nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Secondo l'Enciclopedia britannica, il pigiama è stato introdotto in Inghilterra nel diciassettesimo secolo, ma la sua moda passò rapidamente. Nel 1870 circa, essi riapparirono nel mondo occidentale come abbigliamento maschile notturno, dopo il ritorno dei coloni britannici.”

(fonte: Wikipedia.it)

 

 

Ora, partiamo dalla domanda sui colori. É effettivamente vero, i pigiami hanno spesso e volentieri accostamenti cromatici terrificanti. Leggendo però la descrizione precedente, si nota come in origine il termine stesso “pigiama” facesse riferimento ai soli pantaloni, e non al “completo” che si è soliti utilizzare oggi. Quindi di fatto il pigiama nasce come pantalone, al quale è stato poi aggiunta la parte superiore. Quindi il principio sarebbe il seguente: essendo due parti che nascono “slegate”, nessuno impedisce che l'accostamento di colore possa essere imbarazzante, soprattutto nel caso il tizio che un giorno ha deciso di aggiungere la parte superiore al pigiama fosse un uomo.

Detto questo, c'è un'altra teoria affascinante che ho elaborato studiando alcuni antichi testi, consultando vari medium e rivedendo alcune vecchie puntate de “la ruota della fortuna”. Secondo le nostre fonti, il pigiama “è il risultato della presenza britannica nell'Asia del Sud nel diciottesimo e diciannovesimo secolo”.

Caso vuole che proprio in quel periodo, e proprio in Inghilterra, vivesse un certo John Dalton. Costui è famoso soprattutto per aver formulato la terza legge fondamentale della chimica, o legge delle proporzioni multiple, che così recita: “Se due elementi si combinano tra loro, formando composti diversi, le quantità di uno di essi che si combinano con una quantità fissa dell'altro stanno fra loro in rapporti razionali, espressi da numeri interi e piccoli”.

Essendo il sottoscritto particolarmente famoso per aver preso dallo zero all'uno in chimica, nel lontano 1998, non credo di essere la persona più indicata per illustrare al meglio la suddetta teoria: oltretutto, non è qui che voglio andare a parare.

L'elaborazione di questa teoria portò via molto tempo al povero John, che spesso stava sveglio anche di notte per proseguire i suoi studi facendo reagire il carbonio con l'ossigeno, la coca-cola con le Mentos e i Buondì alla marmellata con i raudi: quest'ultimo esperimento aveva lo scopo di misurare il coefficiente delta (δ ) di spargimento della marmellata sul muro. Nel quartiere era conosciuto anche per aver provato a far volare dei ratti infilandogli i cosiddetti “topolini” (un piccolo petardo simile a QUESTO) nel culo, con scarsissimi risultati. Negli ultimi anni di vita, inoltre, gli andò totalmente in pappa il cervello e cominciò a mescolare i vari esperimenti, facendo reagire i ratti con i raudi (da cui il coefficiente gamma (γ ) di spargimento del ratto sul muro) e infilando “topolini” nel retro del buondì, creando delle vere e proprie bombe volanti alla marmellata (in quegli anni, in Inghilterra, si registrano diversi avvistamenti UFO, con l'interessante caratteristica in comune della granella di zucchero sulla parte superiore dell'ufo stesso).

Stando sveglio anche di notte, Dalton aveva la necessità di mettersi qualcosa di comodo per poter lavorare con più tranquillità e senza la noia che davano tutti quei pomposi vestiti di fine '700. Cominciò così ad utilizzare capi “poveri”, di scarsa fattura, ma ampi e vaporosi.

Ciò che ancora Dalton non sapeva era questo:

“John Dalton, era affetto da acromatopsia e per primo, nel 1794, descrisse la malattia, che da lui prese il nome di daltonismo. I suoi occhi sono stati rimossi e conservati a scopo di studio dopo la sua morte. Dalton si rese conto di essere affetto da tale malattia solo quando, dovendo partecipare a una riunione di quaccheri, si era comprato un paio di calze di colore rosso fuoco, ritenendo che fossero invece di un più sobrio colore marrone. Accortosi del problema, intraprese uno studio sistematico del proprio difetto visivo, giungendo nel 1794 alla sua prima descrizione scientifica rigorosa”.

Tralasciando la parte sulla rimozione dei suoi occhi, che fa già abbastanza schifo di suo, il punto è il seguente: “Il tipo di daltonismo di cui Dalton era affetto oggi prende il nome di deuteranopia, cioè insensibilità al colore verde.” Dopo la gaffe dei calzini (ai tempi il diritto di recesso non era ancora stato inventato, quindi se sbagliavi a comprarti i calzini erano, come si suol dire, cazzi tuoi) il povero studioso cominciò a chiedersi come cazzo si fosse conciato fino a quel giorno, scoprendo che in realtà tutti quanti lo pigliavano per il culo da anni per questa sua mania di abbinare i colori completamente a caso. Scoprì così, tra le altre cose, che il vestiario che utilizzava per dormire (quello che in seguito verrà denominato pigiama) era in realtà composto da un terrificante abbinamento verde marcio-blu cobalto metallizzato. Quando, dopo la sua morte (avvenuta nel 1844) , un suo caro amico rinvenne questo prototipo di pigiama (nel frattempo gli altri stavano cavando gli occhi al povero John) decise di brevettarlo e di mantenere queste colorazioni assurde in onore di questo coraggioso ragazzo di periferia, che ha sfidato il luogo comune dell'accostamento di colore e , soprattutto, ha fatto volare i Buondì alla marmellata.

Per quanto riguarda la seconda domanda (“Ma soprattutto, perché quelli [i pigiami, ndr] a forma di giacca hanno il taschino sul petto?”), mi sento di risponderti semplicemente con una foto d'annata del sottoscritto che si è presentato a suonare in un locale con “giacca” del pigiama e bermuda a fiori. Credo sia sufficiente.

io pigiama 2

Sperando di aver risposto in maniera esaustiva alle tue domande, cara lettrice, ti abbraccio ed invito te e tutti gli altri lettori a continuare a seguirci e porre le vostre questioni più spinose, quelle che non avreste mai il coraggio di porre a nessuno, al sottoscritto, di modo che io vi possa illuminare con la mia fantasmagorica sapienza! Scrivetemi all'indirizzo appletini@libero.it …QuandoSiFaBuio risponde!!

La posta di QuandoSiFaBuio




Mi scrive P.D., un nostro affezionato lettore (presumo, perlomeno):

Caro QSFB perchè secondo te il tempo passa sempre così veloce, mannaggia la pentecoste?

Caro P.D., a mio avviso è bene partire dal principio, cioè dalle origini della parola “tempo” e dalle diverse concezioni in materia, per arrivare poi ad elaborare una teoria in merito .


Tempo: dal latino tempus, si intende in generale la durata misurabile di tutto ciò che è.


Rispetto al trascorrere del tempo ci sono parecchie cose interessanti da valutare; ne fornirò una breve carrellata prima di passare all’elaborazione della mia personalissima visione della cosa.

La teoria della relatività genera anche dei paradossi apparenti riguardanti il tempo. Uno dei più noti è il cosiddetto paradosso dei gemelli: un gemello parte per un viaggio lontano con la sua astronave, che gli permette di andare a una velocità prossima a quella della luce. Al suo ritorno sulla Terra sarà più giovane del fratello gemello rimasto a casa. E fin qui ci siamo, secondo le conseguenze della relatività. Secondo la stessa relatività però tutti i sistemi di riferimento sottoposti ad uguale moto (e quindi privi di accelerazioni e di cambiamenti di direzione) sono uguali tra di loro. Ciò significa, in sostanza, che per il gemello sull’astronave è la Terra a muoversi ad una velocità prossima a quella della luce, e quindi secondo lui (e secondo la relatività avrebbe ragione) dovrebbe essere il gemello sulla Terra il più giovane. Il paradosso consiste quindi in questo: Qual è il più giovane? o, in altre parole, per quale dei due è passato meno tempo?


E inoltre:


La percezione del tempo nelle diverse culture:

Il tempo, così come lo spazio, è una categoria a priori ma non per questo non gli viene dato un significato e una rappresentazione diversa in ogni cultura.
Si può affermare, in maniera generale, che esso venga percepito come il variare della persona e delle cose.

Sempre generalmente, vi sono due idee fondamentali del tempo:

  • Pensiero cronometrico occidentale: il tempo viene visto come un’entità lineare e misurabile. Questa visione risponde alla necessità di ottimizzare il proprio tempo e dipende dall’organizzazione economica.

  • Tempo ciclico e puntiforme: nelle società tradizionali il tempo viene scandito attraverso il passare delle stagioni o secondo eventi contingenti (es. il mercato della domenica).

L’antropologo Christopher Hallpike, rifacendosi agli studi dello psicologo Jean Piaget, affermo che a seconda della cultura il tempo viene percepito come operatorio e pre-operatorio (percezione del tempo fino agli otto anni). La visione operatoria del tempo consente di coordinare i fattori di durata, successione e simultaneità.
Per dimostrare la sua tesi egli fece osservare a degli aborigeni melanesiani due macchinine su due piste concentriche facendole partire e fermare nello stesso tempo e di seguito chiedendo quale delle due macchinine avesse percorso più spazio. Gli aborigeni non seppero rispondere a quella domanda e per questo motivo egli pensò che mancasse loro la capacità di coordinare i tre fattori. Ma in Melanesia vengono fatte delle corse di cavalli su piste concentriche e di conseguenza la mancanza di una correlazione non-lineare e quantificabile del tempo sembra non escludere la capacità di coordinare durata, successione e simultaneità..

Sono assolutamente convinto che un tizio che lavora in Canada vada in Melanesia con l’unico scopo di far giocare degli aborigeni con delle macchinine.

Ma comunque.

E’ palese che questi scampoli di teorie non rispondono alla tua domanda, e mi rendo conto che tu, caro lettore, ti sia rivolto a me proprio per non doverti rifare alle solite, vetuste e noiose teorie.

La mia personale opinione è che l’errore sia a monte: è l’etimologia stessa della parola ad essere sbagliata. I miei studi mi hanno condotto alla vera origine della parola “tempo”, navigando per i sette mari fino a sbarcare in Melanesia (il paese della tinca al forno), dove ho scoperto un’economia in crisi a causa delle scommesse clandestine sulle corse di macchinine. La malavita della macchinina si è ormai impossessata di tutto: dal bar sport al rivenditore ufficiale di marmitte Polini.

Questo non mi ha però impedito di trovare alcuni interessanti documenti che mi hanno riportato, attraverso un tortuoso tragitto, indovinate dove? In Italia.

L’origine della parola tempo arriva in realtà dalla lingua gaelica, più in particolare dal gaelico scozzese. Gli antichi romani tentarono più volte di conquistare la Caledonia (l’attuale Scozia), senza grossi risultati. Fu probabilmente durante queste campagne in terra Caledoniana che alcuni termini “sporcarono” il latino d’origine dando vita a nuove terminologie. In gaelico “tempo” si dice “tim”, che non è graficamente molto lontano dal “time” inglese, ma che si legge come “team” (squadra).

E qui sta l’inghippo.

L’origine della parola “tempo” risulta essere in realtà “team-po”.

Vado a spiegare.

Pare siano stati gli Etruschi i primi ad abitare le zone attorno al fiume Po, o comunque i primi a creare un vero e proprio insediamento in tali luoghi. Sono stati però i romani a dare vita al fiume stesso, utilizzandolo come canale commerciale. Le sponde del sempre più indispensabile canale brulicavano di vita, di scambi, di commerci, di abitazioni, bambini.. Come si sa, il gioco del calcio è nato in Inghilterra. Furono le spedizioni cesariane in Britannia a portare i primi rudimenti del calcio in Italia, proprio sulle sponde del fiume, dove crescevano a vista d’occhio i campetti di periferia, e le porte provvisorie ricavate dalle croci di legno.

Nacque così, per l’appunto, il “team Po”, dove Po si riferisce ovviamente al fiume, ma è anche diminutivo di Polisportiva.

Nel primo campionato di calcio a 6 dell’antica Roma la formazione era la seguente:

APPIO CLAUDIO CIECO:

appio claudio ciecoPortiere. Un nome, una garanzia. Si narra che abbia perso la vista a causa di una battibecco con suo cugino Mimmo, col quale perse clamorosamente una scommessa sul risultato del GP delle due Sicilie, con relativa mancata vincita alla SNAI.

NUMA POMPILIO:

NUMAPOMPILIOTerzino fluidificante. Se Cafù era il “pendolino” del Milan, lui era la “biga” del “team Po”. Tranquillo impiegato in una ditta di pezzi di ricambio per aerei di giorno, la sera dava sfogo a tutta la sua frustrazione falciando le gambe a chiunque tentasse di avvicinarsi all’area di rigore, come il Riccardo Ferri dei tempi migliori.

AGRIPPINA:

AgrippinaSex symbol della formazione nonché discreto mediano di spinta, limitata purtroppo da una troppo spiccata attitudine offensiva. I due terzi dei gol in contropiede subiti dal team Po nel primo campionato ufficiale possono essere considerati causa sua. Fu uccisa.

SPARTACO:

 SpartacoCentrocampista molto tecnico e dotato di un ottimo sinistro, fu costretto spesso a ripiegare nella sua metà campo a causa delle sgroppate in fascia di Agrippina, cosa che minò la serenità dello spogliatoio in quella prima stagione. Per la cronaca: non fu lui ad ucciderla, ma l’avrebbe fatto volentieri.

TIBERIO E CAIO GRACCO:

tiberio e caio graccoPrima punta e seconda punta con affiatamento invidiabile. Erano i gemelli Derrick della formazione: purtroppo Tiberio si demolì entrambi i crociati anteriori durante un tentativo di “catapulta infernale”, e la sua carriera si interruppe bruscamente, alla Van Basten. Ciò non impedì al “team Po” di qualificarsi per l’intertoto già al primo anno di militanza nel campionato dell’impero.

In conclusione: non ti preoccupare troppo del “team po” che passa, caro lettore… anche a me manca il Napoli di Maradona.

Ma in fondo il calcio è solamente un gioco.

la posta di QSFB

Per la posta di QuandosiFaBuio, ho ricevuto questa domanda da un nostro affezionato lettore:

Gentile Quandosifabuio,
sono un anonimo lettore di Appletini e avrei la seguente domanda da porti:
perché i piccioni, così comuni nelle nostre città, quando camminano per
terra non possono fare a meno di muovere continuamente la testa avanti e
indietro?
Spero tu mi possa rispondere, da anni questa domanda mi assilla…
un saluto,

                                     XXX ’81


Caro XXX ’81, sono lieto di rispondere alla tua intelligente domanda. Dando un’occhiatina veloce in rete ho trovato le seguenti informazioni:

“I piccioni "vedono" gli ultravioletti del sole anche quando il cielo è coperto e conoscono molto bene la geografia (hanno precisi segni topografici di riferimento). Inoltre si è dimostrata la presenza di cristalli di magnetite nel cervello di questi formidabili volatili: hanno una vera e propria bussola in testa, come si è dimostrato legando un magnete sulla testa di alcuni piccioni, così disorientando i cristalli di magnetite che non indicavano più il nord ."

"I piccioni distinguono i vari oggetti in base al contorno dando poca importanza al suo interno, e da fermi sono quasi ciechi. Possono vedere bene solo immagini in movimento. Muovendo la testa avanti e indietro mentre camminano vedono meglio.”

Ho trovato inoltre alcuni riferimenti riguardo al fatto che sia una questione di equilibrio.

Oltre a ciò ho trovato questo spunto, sul quale mi soffermerò:

“I piccioni non muovono la testa bensì il corpo lasciando la testa ferma (alcuni scienziati tedeschi hanno filmato piccioni in movimento ed analizzati fotogramma per fotogramma!), e tengono la testa ferma per riuscire ad individuare meglio possibili predatori.”

Ora, premesso che l’unica cosa che mi viene alla mente alla parola “tedeschi” è “Grosso-del Piero, 2-0” ti invito a muovere il tuo corpo, caro lettore, tenendo la testa ferma: nel caso tu sia normodotato ritengo improbabile che la tua testa possa ciondolare pesantemente avanti ed indietro. Mi si potrebbe contestare che l’essere umani esclude automaticamente l’essere piccioni, e che le regole che valgono per i piccioni potrebbero non valere necessariamente per gli umani e viceversa.

Avreste anche ragione, ma guardate un po’ qui.

Grazie ai miei possenti mezzi tecnologici (le pagine bianche, in questo caso) ho rintracciato telefonicamente Manimal, il quale mi ha concesso una breve intervista:


M: pronto?

QSFB: Si,ehm..salve,parlo..parlo con Manimal?

M: Ehm..no,veramente qui è casa..ma..QSFB!sei tu?

QSFB: Azz, scusa, mamma del Sarto. Ho sbagliato numero. Sai,l’abitudine..

M: Il solito distratto. Ciaociao, allora. A domani sera.

QSFB: Sicuro! Ciaociao!


Secondo tentativo:


M: Pronto?

QSFB: Si,ehm. Salve. Casa Manimal?

M: Ehm..veramente il cognome sarebbe Fogliata. Comunque si, sono io.

QSFB: Manimal.. Fogliata?

M: Essì.

QSFB: Ok,ok..senti un po’, Manimal Fogliata. É vero che i piccioni non muovono la testa avanti e indietro ma è solo il corpo che si muove?

M: E chi te l’ha detta ‘sta boiata?

QSFB: Dei tedeschi.

M: Inviagli un messaggio da parte mia: “Grosso-Del Piero,2-0. Tutti a casa.”

QSFB: Provvederò.

M: Comunicagli anche che quel grizzly che ha demolito mezza Dortmund dopo la semifinale dei mondiali ero io.

QSFB: Ok,ok..ma pero,scusa,allora mi spiegheresti perchè i piccioni muov..

M: Senti, senti. Ora devo andare che mi si raffredda il ciappi. Riferisci i messaggi che ti ho dato,per cortesia.

QSFB: Ma..ma io ho bisogno di sapere! La mia fame di conoscenza è così incommensurabilmente vorace che non pos..

M: Click.

Insomma, il mistero del movimento della testa dei piccioni è fitto. Ho cercato altre fonti, ma poi mi sono imbattuto in quest’ultima cosa, e ho capito che in fondo non è una questione importante. I piccioni nascondono ben altri segreti..

So di non aver risposto in maniera esaustiva alla tua domanda, gentile lettore, ma spero di aver potuto aprire le tue prospettive sul fantastico mondo dei piccioni, e se anche a te, come a me, questo post ha cambiato la vita, saprai considerare cosa è importante sapere e cosa, nel bene o nl male, è bene che resti un mistero.



(La posta di QSFB aspetta anche te!! manda una mail a appletini@libero.it e poni la tua domanda: QSFB risponde!! dillo anche ai tuoi amici, al tuo cane e a tua sorella, quella con i baffi!)









Per la “posta di QuandosiFaBuio” mi scrive M., dalla Toscana:


Carissimo QSFB,
sono un giovane che sta cercando di farsi strada nel mondo del lavoro, vorrei avere da lei un’opinione riguardo ad una serie di detti che ho trovato interessanti, vorrei sapere da Lei cosa lega questi 4 detti: IN VINO VERITAS, IN SCARPE ADIDAS, IN DOCCIA BADEDAS e IN CULO UN ANANAS.
Sarebbe interessante ricevere da lei una risposta…
grazie mille…
un suo affezionato lettore


La risposta alla tua domanda, affezionato lettore, risulta di non semplice formulazione. Procederò con ordine:

IN VINO VERITAS: Una verità assoluta. L’attenuamento dei freni inibitori causato dall’alcol (vino, in questo caso) porta facilmente a rivelare cose che da sobri non si oserebbe esplicitare. Personalmente ho perso molti amici raccontando loro, da sbronzo, le mie esperienze con le loro mamme. Mi è spiaciuto parecchio, ma in fondo ne è valsa la pena. Da wikipedia scopro inoltre questo paralogismo attribuito ad un religioso non altrimenti specificato: "Qui bene bibit bene dormit, qui bene dormit non peccat, qui non peccat vadit in caelum, ergo qui bene bibit vadit in caelum!" (Chi beve bene dorme bene, chi dorme bene non pecca, chi non pecca va in cielo, quindi chi beve bene va in cielo!). Che dire? Parole sante.

IN SCARPE ADIDAS: Ho sempre sostenuto che la corretta interpretazione dell’acronimo ADIDAS non sia quello originale derivante dal nome del fondatore dell’azienda, tale Adi Dassler, ma sia invece quella proposta dai Korn, e cioè “All Day I Dream About Sex”. Detto questo, con “in scarpe Adidas” ci si riferisce semplicemente al fatto di sognare ogni giorno il sesso in scarpe. Considerando che tutti noi passiamo buona parte dellla giornata pensando al sesso, e indossando scarpe (a meno che qualcuno di voi non faccia il collaudatore di materassi, e se ci sei, sappi che ti stimo moltissimo) è un’affermazione che non dice niente di particolarmente nuovo o eclatante. Per esperienza, mi viene da associare l’origine di questo “detto” ad un’assunzione massiccia di tetraidrocannabinolo (THC), che ha tra i suoi effetti quello di contribuire a generare cazzate di codesta risma.

IN DOCCIA BADEDAS: Qui lascerei parlare il video.


IN CULO UN ANANAS: Di questa curiosa abitudine avevo sentito parlare solamente dal Sarto, che è solito perpetrarla. Mi faceva notare però che è meglio sbucciare precedentemente l’ambìto frutto esotico, perchè le escrescenze della buccia tendono a provocare il cosiddetto “effetto Fischer”, in virtù del quale non si riesce più ad estrarlo, come i Fischer, per l’appunto. Esistono due varianti di questo detto: una è quella da te indicata; la seconda si pronuncia allo stesso modo ma il significato è completamente differente: tale versione è INCULO UN ANANAS. Ora, in questo caso è ovviamente opportuno munirsi di un cucchiaio, uno scovolo, un trapano, o qualsiasi altro utensile o aggeggio atto a perforare il frutto della tropicale pianta Bromeliacea. Esiste inoltre un’ultima, anche se rara, variante: INCULO UN ANA-NAS, inteso come proporsi come parte attiva di un rapporto anale con un membro dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) e dei NAS (Nucloe Anti Sofisticazione). Questo tipo di alternativa è poco usata soprattutto in virtù del fatto che esistono ben pochi individui che siano contemporaneamente alpini e NAS. E di questi pochi, non so quanti gradirebbero prenderlo nel culo.

Credo di aver concluso la mia disamina, caro lettore: spero di esserti stato utile e mi raccomando, non esitare a scrivermi nuovamente qualora ti dovesse essere necessario, e dillo anche a tutti i tuoi amici e amiche.

E ricordate: appletini@libero.it    ..QSFB risponde!!

Con amore.

QSFB