La morte del giallo

Tutto cominciò il giorno in cui il commissario Borboni si rese conto che le piume del suo pappagallo erano divenute completamente grigie, così, all’improvviso: lo stesso giorno in cui venne tamponato da un’auto il cui guidatore sosteneva che il semaforo era passato direttamente dal verde al rosso, in un istante. Non fu semplice nemmeno cercare un mezzo per rientrare a casa, mentre guardava il carro attrezzi rimorchiare le settantaquattro rate a tasso agevolato che gli mancavano per poter definire quel catorcio “suo”: non c’era nemmeno un taxi, a perdita d’occhio. Quando finalmente riuscì a trovarne uno, valutò che era di un colore troppo simile alle piume del suo pappagallo per rappresentare una semplice coincidenza. Pensò alle parole del commissario Montanari, che gli aveva insegnato il mestiere, anni prima. Così chiese improvvisamente al tassista di svoltare a destra per poi proseguire diritto, superare la zona della prostitute, passare di fianco alla sede delle Poste e alla sua gigantesca insegna grigia, per poi percorrere il lungo viale che sfocia direttamente nella via principale del quartiere cinese.
Il deserto quartiere cinese.
“Nel nostro lavoro le coincidenze non esistono, quant’è vero che ogni mattina la pisciata che fai nel cesso è gialla”, gli diceva sempre Montanari. Ma la pisciata, il giorno seguente, fu inesorabilmente grigia.
Era fondamentalmente un problema filosofico: stando a quanto gli aveva sempre detto il suo mentore, se le coincidenze non fossero esistite finché avrebbe pisciato giallo, nel momento in cui ciò non fosse più accaduto l’affermazione avrebbe perso di senso: quindi le coincidenze esistono e, se davvero esistono, tutta questa storia potrebbe essere semplicemente frutto del caso.
Eppure il giallo pareva proprio scomparso.
Così, dopo aver effettuato una seconda perlustrazione nel quartiere cinese appurando il fatto che no, non c’era proprio nessuno, si rivolse ad un noto docente di filosofia, uno di quelli che non capisci mai dove finiscono i capelli e dove comincia la barba. il professore ascoltò attentamente tutta la vicenda e le domande del commissario Borboni e gli rispose mettendolo di fronte ad un paradosso classico: “Se il barbiere del villaggio rade tutti e solo quelli del villaggio che non si radono da soli, chi rade il barbiere?” Poi si grattò vigorosamente il culo e lo lasciò da solo, a riflettere. Per le successive sei ore, il commissario Borboni non fece altro che rimuginare sul fatto che rispondere a delle domande con una domanda è proprio da stronzi. Poi pensò che la soluzione potesse essere che il barbiere in questione fosse cinese, quindi scomparso, e mica possiamo metterci a verificare la presenza o meno di barba sul viso di uno scomparso. Infine optò per la verifica empirica: diede le dimissioni e divenne barbiere. Si rese conto così che era sufficiente non essere più un commissario di polizia per smettere immediatamente di arrovellarsi su omicidi, rapine e, soprattutto, questioni cromatiche. L’unico cruccio che lo accompagnò per il resto dei suoi giorni fu quello di non risolvere mai la faccenda della barba, che si lasciò crescere all’inverosimile, crogiolandosi nel dubbio: questo gli valse, anni dopo, la conquista del Guinness dei primati come uomo dalla barba più lunga del mondo. Mentre lo premiavano pensò che in fondo la sua era una bella vita, che gli era andato tutto bene e che a volte è inutile perdersi su questioni che poi, alla fine, non sono importanti.
Sorrise alla avvenente signorina che lo stava premiando, ringraziò tutti, e visibilmente commosso ritirò la sua targa d’oro grigio.

 

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