Il singolo di Vasco (se non fosse di Vasco)

Gentili responsabili della major discografica,
il mio nome è Mimmo Cutrullo e di professione faccio il cantante: come hobby sono muratore, dalle sette del mattino alle sei di sera. Vi invio il primo pezzo della mia band, i Tendenzà, formazione che ha già all’attivo parecchie date nella provincia di Pesaro-Urbino e limitrofe.
Il titolo è “Chissà perché”: la potete ascoltare QUI.
Riporto il testo:

“Quando cammino su queste dannate nuvole
Vedo le cose che sfuggono dalla mia mente
Niente dura, niente dura e questo lo sai
Però non ti ci abitui mai
Quando cammino in questa valle di lacrime
Vedo che tutto si deve abbandonare
Niente dura, niente dura e questo lo sai
Però non ti ci abitui mai
Chissà perché? Chissà perché? Chissà perché?
Quando mi sento di dire la “verità” sono confuso, non son sicuro
Quando mi viene in mente che non esiste niente
Solo del fumo, niente di vero.
Niente è vero, niente è vero
E forse lo sai, però tu continuerai
Chissà perché? Chissà perché? Chissà perché?
Quando mi viene in mente che non esiste niente
Solo del fumo niente di vero. Niente dura, niente dura
E questo lo sai però tu non ti arrenderai
Chissà perchè? Chissà perchè? Chissà perchè? Chissà perchè?
Chissà perchè? Chissà perchè? Chissà perchè? Chissà perchè?
Chissà perchè?
Quando mi viene in mente
Che non esiste niente”.

RingraziandoVi anticipatamente per la disponibilità e fiducioso in un Vostro riscontro, Vi porgo i miei più cordialisaluti.

Mimmo Cutrullo, leader dei Tendenzà

“Gentile signor Cutrullo,
ho ascoltato attentamente il pezzo della sua band, cosa che non intendo rifare finché non mi si riproporrà quel noioso problema al cesso. Eppure assumo molte fibre, non capisco. Insomma, è assurdo, no? Il tuo intestino prepara tutto e poi, quando sei lì pronto ad espellere lo stronzo, egli non si presenta all’appello. È come arrivare a cinque metri dal traguardo e finire la benzina, capisce? Ecco, diciamo che è come se voi mi aveste donato la tanica d’emergenza, il carburante necessario ad espellere definitivamente il bimbo marròn. Guardate che è importante espellere il bimbo marròn, soprattutto se in giardino hai l’orto. È molto poetico che la merda diventi un ortaggio, non trova? Cioè, se uno ti dicesse “màgnate la mmerda” uno mica la mangerebbe, no? E invece così sì.
Ma passiamo alla disamina tecnica del testo.
La struttura è piuttosto semplice: ogni strofa parte con un “Quando…”, nella fattispecie:
1) Quando cammino
2) Quando cammino
3) Quando mi sento di
4) Quando mi viene in mente
5) Quando mi viene in mente

Tre idee per cinque ripetizioni: ok che c’è la crisi, però , che cazzo;

Tutte si concludono con “Niente è vero, niente è vero, e questo lo sai, però…”: questa frase viene ripetuta ad ogni strofa. In questo caso,  perlomeno, vi siete degnati di fare la rima. Nello specifico le parole che fanno rima con “sai” sono:

1) Mai
2) Mai
3) Continuerai
4) Arrenderai

Sull’originalità di queste rime mi appello al quinto emendamento.
Ma passiamo a quel capolavoro lirico che è il ritornello: come ben saprete, esso rappresenta il clou dell’intera faccenda, il momento strappamutande, l’apice, ciò attorno al quale ruota tutto l’ambaradan, ed è anche l’attimo in cui si capisce dove il pezzo sta andando a parare. Nel vostro caso il ritornello è composto dalle seguenti parole:

“Chissà perché?”

Fine.
Il tutto ripetuto in totale quindici volte in un pezzo di quattro minuti, cioè, se la matematica mi viene in aiuto, in media una volta ogni sedici secondi. Musicalmente parlando, la struttura di questo ritornello ricorda maledettamente quello di un pezzo di Vasco Rossi dal titolo “Siamo solo noi”. Mi riferisco a questo passaggio, che non so bene come illustrarvi velocemente in forma scritta ma che potete facilmente verificare confrontando i due pezzi:

Siamo solo noooo(taam)ooi… (tam taaaaam)
Chissà perchééé(taam)ééé… (tam taaaaam)

L’idea che sta alla base di questo è che già vedete i vostri ipotetici fan ringhiare al cielo quel “Chissà perché” come se fosse un inno alla vita, o una liberazione dalle catene della stessa, o dalla banalità dei centri commerciali nei quali, è sempre bene ribadirlo, nessuno li obbliga ad andare; tutto questo, e qualunque altra cazzata abbiano in testa. Insomma, l’importante è alzare in alto le braccia e sbattere in faccia al mondo il nulla che li possiede senza, per carità, dover fare alcun tipo di ragionamento a proposito di niente, mai. La verità, o sapete bene, è che questa roba non significa assolutamente un cazzo, ma non funzionerà: voi non siete Vasco Rossi.
Consigliamo dunque a lei e ai Tendenzà di lasciar perdere, a meno che non abbiate in testa di mettere in piedi una ditta di prodotti per cacare oppure di vendere questo pezzo a qualcuno che abbia la possibilità di pubblicare qualsiasi cazzata senza preoccuparsene troppo.
Cordialmente,
il responsabile della major discografica

 

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    Perché si formano le code

     

    Proviamo con una storiella. Siete a passeggio, in centro, il sabato pomeriggio, in mezzo a un sacco di gente. Improvvisamente vedete quattro persone (non di più: quattro) mettersi a correre all’impazzata gridando di terrore. In una frazione di secondo vi trovate a dover decidere tra queste due possibilità: sono quattro pazzi o sono quattro persone che hanno visto qualcosa che voi non avete visto: una casa che sta crollando sulla vostra testa, o un pazzo che impugna un mitra e sta per sparare. Se optate per la prima, continuate la vostra passeggiata scuotendo la testa. Se scegliete la seconda, iniziate a correre e a gridare. Mentre state pensando a tutto questo, altri umani, più veloci di voi, hanno già deciso e stanno già correndo. I quattro sono diventati magari venti. Il vostro cervello lavora, e giustamente inizia a inclinare per la fuga. È sorprendente come in una circostanza simile ciò che fanno in quattro, o in venti, conti più di quello che non fanno gli altri mille. Ma è così. Prima o poi, c’è da giurarlo, vi mettete a strillare e a correre anche voi. Influenzando, a vostra volta, altri umani ancora più irresoluti di voi.
    Se, in quel momento, qualcuno vi fermasse e vi chiedesse “Cosa sta succedendo?”, voi, in realtà, non sapreste esattamente cosa rispondere. Probabilmente direste: stanno fuggendo tutti. […] In realtà quelli che stanno fuggendo sono ancora solo venti su mille, e magari non stanno nemmeno fuggendo, stanno solo correndo, o magari sono pazzi, o magari sta solo arrivando il pullman: ma quello che vi ritrovate a dire è: stanno fuggendo tutti. È tutto ciò che potete dire. E ciò che è più importante: mentre state fuggendo.

    (A.Baricco, Next, piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, 2002)

     Stai camminando per strada, ok? Cammini, sei felice (che poi, non è nemmeno così vero. Te lo dici, che la felicità è una cosa semplice: una passeggiata in centro, la prima maglia a mezze maniche dell’anno. E lo credi veramente, cioè, lo è davvero, se pensi che lo sia. Poi però arrivi a casa e hai come l’impressione che qualcosa ti stia sfuggendo di mano: hai l’impressione, come dire, che quella non fosse davvero la felicità, che lo sia diventata, se vogliamo metterla così, e provi a mettere questo pensiero in testa al te stesso di dieci anni fa, ti guardi, com’eri dieci anni fa, e ti immagini pensare la felicità è una cosa semplice, una passeggiata in centro, la prima maglietta a mezze maniche della stagione, ti vedi mentre lo dici ai tuoi amici, ai tuoi amici com’erano dieci anni fa,e li immagini perfettamente, l’espressione attonita di chi ha appena sentito una colossale cazzata, guardarsi tra di loro, in silenzio, e poi scoppiare simultaneamente a ridere, ma che cazzo dici? Cose così. Questa parentesi è troppo lunga, ricomincio da capo, però questa cosa ricordatevela, ogni tanto).

    Stai camminando per strada, ok? Cammini, sei felice. A un certo punto incontri un amico e questo ti mostra una cosa molto carina, che ne so, un disegno. Allora tu dici wow, che bello questo disegno! E lui ti risponde sì, hai visto che figata? Lo sto mostrando a tutti, è troppo bello. Allora ne fai una copia, perché ti piace proprio e pensi che sarebbe bello se anche tu lo mostrassi a tutti. Ora, siccome esisti solo tu e le cose esistono solo dal momento in cui le vedi tu e smettono di esistere nel momento stesso in cui non le vedi più tu, l’idea che questo amico abbia incontrato altri amici prima di te non ti sfiora, o meglio, non rientra nemmeno nel campo delle ipotesi plausibili. Così ti adoperi per mostrare a tutti quel bellissimo disegno, che mica l’hai fatto tu, ovviamente, però è un po’ come se l’avessi scoperto tu, no? Pensa a quante persone saranno felici di vedere una cosa così bella, e sarà merito tuo. Non è bellissimo tutto questo? Che persona sensibile sei.
    Fin qui ci siamo? Ok, ora, ascoltami bene: non esisti solo tu, porca puttana. Quel tuo amico ha già mostrato quel disegno ad altri amici che l’hanno mostrato ad altri amici che l’hanno mostrato ad altri amici ancora, tra cui i tuoi amici, e questo è accaduto mentre tu eri ancora in bagno a cagare appena sveglio, ignaro dell’esistenza di quel disegno. Questo significa, ovviamente, che buona parte degli amici ai quali lo mostrerai l’ha già visto e ha già fatto lo stesso tuo ragionamento copiando quel disegno e mostrandolo ad altri ancora, perché tu sei solo uno spermatozoo gigante, come tutti, siamo tutti e solo degli spermatozoi giganti e quello che fanno gli altri spermatozoi giganti conta anche se tu non lo vedi, conta anche se in quel momento tu sei uno spermatozoo gigante chiuso in bagno a cagare. Quindi, con tutta probabilità, quando riemergerai dalle ceneri del tuo cesso la gente si sarà già ampiamente rotta i coglioni di quel disegno, per quanto bello sia, perché se nel giro di ventiquattro ore ti mostro seicento volte una cosa bella scommetto che ti rompi i coglioni pure tu.

    Ho fatto l’esempio di un disegno, ma poteva essere tranquillamente un’altra cosa: sostituendo il termine disegno con video di sconosciuti che si baciano, ad esempio, il risultato non cambia.

    Così, tanto per dirne una.

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      V per vecchia di merda

      È stata proprio un’idea del cazzo”, pensò il signor Amado.
      Era sempre stato così: si rendeva conto di aver avuto un’idea del cazzo giusto un istante prima di possederne la conferma; gli accadeva da sempre, da quando aveva dieci anni. In quell’occasione prestò dei soldatini a un amico, una domenica, in campeggio sul lago. Si trovava lì con i suoi genitori per il fine settimana. Tutto filò liscio per l’intero pomeriggio finché non si rese conto, intorno alle otto di sera, che era domenica. Ora, se ti trovi in campeggio per il fine settimana, ed è domenica, non devi essere un genio per intuire che quello è anche il giorno in cui te ne devi tornare a casa. Se a poche ore, forse pochi minuti dalla partenza il tuo battaglione Panzer II in pura plastica cinese si trova nelle mani di un amichetto, ebbene, è empiricamente provato che egli farà l’impossibile per fingere di essersi dimenticato di restituirteli prima di salire sull’ auto per tornare a casa a sua volta. Tutto ciò delinea un quadro già di per sé preoccupante: se a tutto ciò aggiungi il fatto di non essere un abituèe di quel campeggio, ciò che ti si para davanti agli occhi è l’immagine del suddetto amichetto che sorride, nel salotto di casa sua, attorniato dal tuo battaglione Panzer II, brindando con del latte al cioccolato alla vittoria sul nemico e alla memoria di quel fesso del vecchio generale che è caduto nella trappola antica, semplice e per certi versi commovente del prestito temporaneo.
      Aveva sette anni, il traditore.
      Questo pensiero riempì giusto il tempo necessario alla madre di Amado per azzerare la distanza che lo separava da lui e proferire le seguenti parole:”Mi ha detto il tuo amichetto di salutarti: stanno partendo. Cioè, ormai saranno già partiti.”
      Pochissimi privilegiati possono dichiarare di ricordare con esattezza quando hanno pensato per la prima volta nella propria vita “Che figlio di puttana”: il signor Amado è tra questi. La sua composta reazione consistette nel chiedere alla madre di ottenere dal padrone del campeggio l’indirizzo dell’amico “per spedirgli una cartolina”: una volta fatto questo, meditò a lungo su cosa scrivere e infine si decise per la punizione massima infieribile da parte di uno che sa a uno che non sa: una lettera rivelatrice sulla vera identità di Babbo Natale.
      Dieci anni, aveva.
      Da allora, in questo senso, nulla è cambiato, nonostante sia rimasto fregato anche lui, come tutti, da quella faccenda del crescere: oggi si trova sul lato sbagliato dei quaranta, guida un’utilitaria e un secondo prima di prendere lo svincolo si rende conto che andare a fare la spesa di sabato pomeriggio probabilmente si rivelerà, come già si è accennato, un’idea del cazzo.
      Quando un presentimento lo azzecchi da tutta la vita, tendi a fidartici.
      Il parcheggio del supermercato pare un raduno mondiale di formiche rincoglionite: a occhio, una buona metà delle signore occasionalmente alla guida dell’auto del marito tende a fingere che questa abbia le stesse dimensioni dell’utilitaria di casa, dilaniando fiancate metalliche al grido di: “L’altra volta ci sono passata!” e frantumando specchietti formato quindici pollici, come televisori gettati dalla finestra a capodanno.
      Il signor Amado sperimentò nuovi e improbabili epiteti quando un’anziana signora alla guida di un’auto che sarebbe stata considerata vecchia anche da un superstite della grande guerra sbucò dal nulla infilandosi nell’unico posto disponibile in quell’orgia di nervosismo e clacson azionati a caso, sottraendolo ad Amado. Questa si esibì poi in uno svogliato cenno di scuse, alzando lo sguardo e le braccia verso il signor Amado per poi allontanarsi trascinando dietro di sé la gamba destra, come fosse un’appendice aggiuntale per errore, disegnando con i piedi punti e virgole immaginari sull’asfalto del parcheggio.
      Le gomme della sua auto sembravano nuove.
      Spesso alle persone non piace fare delle cose per il solo e unico motivo che quelle cose, semplicemente, non gli riescono bene. Al signor Amado succedeva, tra le altre, con la spesa: acquistava d’impulso, quasi a caso, districandosi tra labirinti di scatolame colorato, sbagliando continuamente il codice dei prodotti sulla bilancia del reparto frutta e scoprendone così altri dei quali aveva sempre ignorato l’esistenza, tipo le carrube.
      Il supplizio settimanale terminava con un avvicinamento graduale alle casse, così da poterle tener d’occhio da lontano e catapultarcisi nel caso ve ne fosse una libera, o quantomeno con poca coda, mentre sistemava nel carrello qualche altra inutilità.
      Fu mentre faceva rifornimento di barrette al cioccolato che si rese conto del fatto che la cassa numero quindici era libera. A volte basta un attimo: alzi lo sguardo e individui il nemico. Stessa distanza dalla cassa libera, carrello pieno: è lei, il nemico.
      La vecchia del parcheggio. Quella troia.
      Una ragazza li nota, si mette a metà strada e si improvvisa starter, dandogli il via. Partono. Il signor Amado spinge il carrello il più velocemente possibile verso la cassa lanciando epiteti poco simpatici alla vecchietta ma lei, come sospettava, ora non claudica più e gli lancia addosso i denti, mancandolo di poco. La dentiera si schianta a terra a meno di mezzo metro dalla gamba destra di Amado, che comincia a dare segni di instabilità psichica: “Gli anziani non servono a un cazzo!”, urla a squarciagola: “Frescheeefrsafi!!” risponde la vecchietta, che in mancanza della dentiera modifica improvvisamente il proprio idioma di riferimento da “italiano” ad “aramaico antico”. Repentinamente, poi, sposta il peso sul lato sinistro del carrello compiendo una virata di novanta gradi, fa leva sul tacco della scarpa e lo travolge franandogli addosso con la sua anca in titanio disarticolandogli una spalla, rubandoglii al cardiopalma il posto in cassa e urlandogli “Tefta di caffo!” che in aramaico antico deve significare qualcosa del tipo “testa di cazzo”, ma non ne sono sicuro.

      Il signor Amado si mise in coda a un’altra cassa, rispettando pazientemente il proprio turno; la vecchietta sistemò la spesa sul carrello scorrevole, pagò e se ne uscì prima di lui, mostrandogli un dito della mano che vi lascio immaginare, sorridendo vittoriosa. Amado non reagì. Pensò che sarebbe stato bello conoscere l’indirizzo della vecchietta, ma valutò anche che lei, probabilmente, la faccenda di Babbo Natale già la sapeva.
      Pensò che non aveva più dieci anni e in quel momento, all’improvviso, si sentì in colpa: se Babbo Natale fosse esistito veramente gli avrebbe chiesto un treno di gomme nuovo per l’auto della signora. Ma purtroppo, come il bambino di merda che stava per calpestargli inavvertitamente un piede avrebbe presto scoperto, quel ciccione del cazzo non esisteva.

       

       

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        Un valido motivo per non scrivere su appletini (in tre graziosi esempi)

         

        Uno degli aspetti più complicati dello scrivere è scrivere. A quattordici anni, lo ricordo bene, produssi un racconto che narrava le avventure di un cammello con un problema di erezione permanente: gli uomini vedevano questa cosa come molto divertente mentre le cammelle, dal canto loro, avevano perso interesse abbastanza presto; lui stava malissimo, non tanto per lo scherno dei primi o l’indifferenza delle seconde, ma perché avere il cazzo duro per vent’anni è una tremenda fatica.
        Per la cronaca, quel racconto è andato disperso, probabilmente nel grande tumulto del 2007, anno di traslochi.
        Ma non è di questo che voglio parlare.
        Uno degli aspetti più complicati dello scrivere è lo scrivere, dicevo: per questo volevo inventarmi qualcosa per giustificare il fatto di non aver aggiornato questo blog praticamente per tre mesi. Ho pensato a una delle scuse più gettonate: mi sono rotto un braccio, quindi non riuscivo. Quando una scusa è troppo banale, il procedimento  necessario a renderla credibile è molto semplice: è sufficiente accentuarla, aggiungere dinamiche particolari, situazioni assurde.
        Paradossale, direte voi: be’, è proprio per questo che funziona.
        Nessuno ti prenderà sul serio se giustifichi un ritardo o un’assenza con un: “Sono rimasto a piedi con l’auto”. Falla esplodere, questa cazzo di auto; fattela rubare da un gruppo di portoricani armati. La gente penserà che è una cosa troppo incredibile per essere falsa: non ha bisogno di inventarsi una cazzata del genere.
        Taac, fottuti.
        Da questa fondamentale premessa evincete che non mi sarei potuto limitare a dire che mi sono rotto un braccio o, peggio ancora, invischiarmi in banalità del tipo è successo mentre salivo le scale con le buste della spesa in mano. Dovevo fare il botto.
        Così mi sono inventato le seguenti situazioni, ma alla fine non sapevo quale scegliere e allora esco allo scoperto, riportandovi tutte le opzioni prese in considerazione: sono certo che ci avreste creduto, comunque.

        Ecco dunque come mi sarei rotto il braccio.

        SITUAZIONE 1

        – Bambino, lo vedi quel signore grosso grosso laggiù? Quello appena sceso dal macchinone? Ti do cinque euro se vai da lui e gli dici testa di cazzo.
        – Cinque euro? Ok!
        Signore… mi scusi, signore…
        – Dimmi, bimbo.
        – Quel tizio laggiù mi ha dato cinque euro per dirle testa di cazzo.

        SITUAZIONE 2

        – Mi perdoni padre perché ho peccato.
        – Dimmi i tuoi peccati, figliolo, apri il tuo cuore al Signore.
        – Mi masturbo quattordici volte al giorno.
        – Hai detto quattordici, figliolo?
        – Sì. Con punte di ventuno nel fine settimana. Barbara D’urso la domenica è micidiale.
        – Da quanto tempo?
        . Diciannove anni.
        – Quindi sarebbero circa…
        – Siamo intorno alle centomila seghe, sì. Che posso fare?
        – Be’, devi pregare. Secondo il manuale delle penitenze dovremmo essere intorno alle, uhm… centomila X due Ave Maria l’una, diviso 3,14, moltiplicato per il coefficiente delta di incazzamento divino, direi che siamo intorno alle trecentoquattordicimila Ave Maria.
        – Non c’è un’alternativa?
        – Dio offre sempre un’alternativa: puoi fare braccio di ferro con Gesù. Se vinci, hai espiato.
        – Andata.

        SITUAZIONE 3

        Secondo te, se mentre incrociamo un altro treno tiro fuori il braccio dal finestrino, riesco a toccarlo?

         

         

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          Il primo casting non si scorda mai

          Oggi mi sono imbattuto in questa notizia:

          Muggiò, tempo di “Christmas Factor”. Cercansi aspiranti Gesù bambino

          “AAA cercasi Gesù Bambino. Sul sito del comune di Muggiò si guarda in alto, ma per un appuntamento decisamente terrestre. La “Notte in Giudea”, edizione 2013, che si svolgerà dal 13 al 15 dicembre, presso la corte di Palazzo Brusa, dalle 17.30 alle 21, prevede un Presepe Vivente a cui manca proprio il festeggiato: Gesù Bambino.

          L’amministrazione si dice «alla ricerca di alcuni neonati, maschietti e femminucce, che possano alternarsi nella parte di Gesù Bambino, nell’arco delle tre giornate. Il luogo dedicato alla natività sarà al coperto, protetto ed accogliente. Pensando di aver fatto cosa gradita nel coinvolgere i piccoli cittadini muggioresi nella loro prima esperienza teatrale, si rimane in attesa di ricevere numerose adesioni».

          Ai genitori dice maluccio: si offre il ruolo dei «pastori, posizionati nelle immediate vicinanze della culla del piccolo». Altroché Maria e San Giuseppe…

          Per maggiori informazioni e per proposte inoltrare mail a culturaesport@comune.muggio.mb.it oppure telefonare allo 039|2709484/355″

          (fonte: mbnews.it)

           

          – Buongiorno, sono QuandoSiFaBuio, di appletini.it: chiamo per la parte di Gesù bambino.
          – Ah, molto bene: avrei bisogno di sapere di quante settimane è suo figlio.
          – …figlio?
          – Sì, insomma, il neonato che vuole candidare.
          – Forse non ci siamo capiti bene, signorina: io vorrei candidare me stesso.
          – Lei è un neonato, signore?
          – Lo ero: sono pronto a ripartire da zero.
          – Non credo risulterebbe molto realistico, signore. E poi la culla è a misura di bambino.
          – Faccio yoga.
          – Credo di non poterla aiutare, signore, davvero: la selezione è riservata ai neon…
          – “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.”
          – Cos’è sta roba?
          – Matteo 18,1-11. Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Lei, signorina, mi sta dicendo che si addosserebbe la responsabilità di non farmi entrare in paradiso?
          – Credo che le parole dei testi sacri non vadano intese in senso letterale, signore: vanno interpretate.
          – Be’? È quello che ho fatto.
          – No, signore: non è un’interpretazione libera. È un’interpretazione data dalla santa Chiesa.
          – Lei sa come continua quel passaggio del vangelo di Matteo?
          – Ehm… no.
          – “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”
          – Cosa sta cercando di dirmi?
          – Lei sa che hanno scoperto più volte dei preti che inculano i bambini, signorina?
          – Ehm… sì.
          – E non le pare un po’ ardito che l’interpretazione in questo caso sia: “nel peggiore dei casi, se inculi i bambini, ti estromettiamo dalla chiesa cattolica?” A me non pare proprio che la si possa intendere così. Dove cazzo è finita la macina girata dall’asino? E gli abissi del mare?
          – Ok, senta: se proprio ci tiene, girerò la sua candidatura a chi di dovere, ma non le prometto niente. Senta, lei è allergico a qualche animale?
          – Allergico no, ma ho dei 
          grossi problemi con i pinguini: non ci saranno pinguini, vero?
          – Solo un bue e un asinello, signore.
          – Non se ne parla nemmeno: io voglio i due liocorni.
          – Nei vangeli non si parla di liocorni, signore.
          – Se è per questo, non si parla nemmeno del bue e dell’asinello, in nessun punto: persino il Papa lo ha dovuto ammettere, alla fine. Mi sono documentato, e ho trovato pure 
          questo articolo in cui un teologo risponde alla questione bue e asinello affermando, tra le altre cose, che “Il bue e l’asino, pur non essendo presenti nel racconto evangelico, ci stanno proprio bene nel presepe.” Quindi, di che cazzo stiamo parlando? Sia ben chiaro che, se diventerò Gesù bambino, le cose qui dovranno cambiare. Intanto, niente pinguini. I liocorni li recupero io.
          – Li recupera lei? E posso chiederle dove ha intenzione di trovarli?
          – Non c’è nulla che non si possa trovare su qualche sito cinese, signorina.
          – Senta, faccia un po’ come le pare. Altro da contestare?
          – I Magi: mi spiega che cazzo è 
          questa roba? E soprattutto la data: non sta scritto da nessuna parte che Gesù sia nato il 25 dicembre, ok? Era la data della festa del Dio Sole: l’hanno solamente copiata. Ora, mi spiega che cazzo di interpretazione sarebbe inventarsi una data prendendola da una festa pagana? Eh? Se verrò eletto Gesù, il Natale lo facciamo ad agosto: lo attacchiamo al ferragosto, così si fa il ponte.
          – Sa che questa cosa comincia a piacermi, signor QuandoSiFaBuio?
          – La ringrazio, signorina… signorina?
          – Maddalena. Maria Maddalena.

          Mi sa che stasera si ciula.

           

           

           

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