Riacquistare la verginità al MI AMI

Lo scorso anno, qualche giorno dopo la conclusione del MI AMI, il festival organizzato da ROCKIT, qualcuno ha avuto la bella pensata di scrivere questo fantastico racconto, che gli è valso una quantità di prese per i fondelli pari solamente a quelle ricevute dalla grafologa del TG5 (e di Studio aperto, perché non vuole farsi mancare proprio niente). Nella fattispecie, il racconto era questo: vi chiedo di leggerlo prima di proseguire. È molto breve.
Lo trovate QUI.
Ero molto dispiaciuto di non poter godere anche quest’anno di un aneddoto così avvincente e così, come spesso faccio anche con altre cose, mi sono arrangiato da solo. Ecco il sequel (qua e là ho ripreso paro paro qualche frase del racconto originale, per non perderne la forza e l’accattivante appeal.
Ah, al MI AMI di quest’anno, come intuirete, la domenica è piovuto parecchio).

Riacquistare la verginità al MI AMI

Giulia ha diciassette anni. D’altra parte lo scorso anno ne aveva sedici e sedici più uno, voi m’insegnate, dà come somma un numero che è conosciuto ai più con il nome di diciassette. Certo, la legittimazione delle teorie non euclidee potrebbe tendere a mettere in dubbio i saldi princìpi della matematica portando in seno l’ipotesi che la suddetta somma non sia necessariamente esatta, ma diciamo diciassette e non pensiamoci più, che se cominciamo a riflettere su tutto non andiamo più a casa.
Ha messo la maglietta dei nirvana,quella che aveva addosso anche l’anno scorso (quella nera con i buchi sotto le ascelle, più diventan vecchie più mi sembrano belle, ha urlato a Max Pezzali durante il gran finale del MI AMI 2012, ma lui non l’ha cagata) ma nel corso dell’anno ne ha indossate anche altre, sia chiaro (alle superiori ero in classe con un tipo che indossava sempre – sempre, perdio – la stessa maglietta di Superman: lui in realtà millantava di possedere sette magliette di Superman identiche, così poteva cambiarla ogni giorno. Io l’ho preso per il culo per tutto l’anno e lui, per tutta risposta, si è presentato l’ultimo giorno di scuola con le sette magliette di Superman. È stato allora che l’ho guardato dritto negli occhi ed ho capito tutto: non era un puzzone, era solo un pirla).
Giulia è bellissima, sente gli sguardi dei ragazzi più grandi che la percorrono dalle gambe ai capelli rossi e pensa: “ennò, mi avete già fottuta l’anno scorso, che cazzo. Io quest’anno la verginità non la perdo: la riprendo”, anche se in realtà piove di brutto e in effetti la combinazione scarpe+calze+mutande+cintura di castità+canottiera+maglietta a manica corta+maglietta a manica lunga+giacchetta in similpelle+giubbotto+sciarpetta leggera+cappellino+ombrello+tenda della Quechua avvolta attorno al corpo lascia ampio spazio all’immaginazione. Aveva anche pensato di portare da casa qualche mattone e del cemento in caso di pioggia particolarmente violenta, ma alla fine ha desistito (se ne pentirà, ndr). Passano alcune ore e la notte milanese (ma soprattutto la pioggia) è scesa su tutti: il diluvio non molla il colpo e i Giardini di Mirò raggiungono il palco Collinetta in kayak inseguiti da un inuit che conosce solo tre parole di italiano: soldi, noleggiokayak e giardinidimirò. La band dichiarerà di non averlo mai visto prima.
La birra e la vodka e il vino e il mojito e il Campari (anzi no, non il Campari: il bitter Martini. Perché dentro al Magnolia hanno il Campari in bella vista ma se glielo chiedi non te lo danno: svolge una funzione puramente estetica) stanno facendo il loro dovere. Giulia è sbronza, ma non ha perso di vista il suo obiettivo. A furia di guardarsi intorno, ora che è tardi e il tasso alcolemico è infinite volte maggiore di quanto concesso ai neopatentati al giorno d’oggi (non che ci voglia molto a superare la soglia dello zero virgola zero, in effetti), nota tra la folla ammassata dentro al Magnolia – ognuno con la propria media di bitter Martini in mano – il tizio dell’anno scorso. Lui, il nemico.
Quello che le ha fregato l’imene.
Gli si avvicina furtivamente, lo afferra saldamente per un braccio, aspetta che si giri, gli legge negli occhi che sì, l’ha riconosciuta, ed esordisce con la delicatezza che la contraddistingue.

– Ridammi il mio imene, testa di cazzo.
– PREGO?
– Ti ho detto di ridarmi il mio imene. Ah, ed ho aggiunto “testa di cazzo”.
– Io… io non ce l’ho.
– Cosa intendi dire di preciso con “non ce l’ho”?
– Esattamente quello che immagini. Non ce l’ho più.
– Aspetta, aspetta: hai detto “non ce l’ho più”, dunque ce l’avevi, giusto?
– Be’, sì, io… sì, insomma, te l’ho fregato.
– Ma che diavolo te ne sei fatto di un imene?
– Volevo mostrarlo agli amici.
– Ok, ok, devo rimanere calma. C-A-L-M-A. Ora, rispondi molto lentamente a questa domanda: perché voi uomini siete così coglioni?
– Non saprei: forse è il testosterone?
– Sì, forse è anche quello. E il mio imene dove l’hai messo, poi?
– Lo stavo facendo vedere agli amici e mi è… sì, insomma, mi è caduto in un tombino.
– Ti è caduto in un tombino.
– Già.
– Tu mi hai fregato l’imene e l’hai fatto cadere in un tombino.
– Sì.
– Dopo quanto tempo dal furto?
– Saranno stati dieci minuti.
– E da allora non ne hai più saputo niente.
– Be’, no.
– E io ora come dovrei fare, secondo te?
– Non so… Ebay?
– …
– No, in effetti forse non è una buona idea. Senti, facciamo un giro in collinetta e intanto ci pensiamo, dai. Prendi qualcosa da bere, pago io. Cosa vuoi?
– Un Campari.
– Non ti piace il bitter Martini?
– No, mi fa cagare. Mi piace il Campari.
– Ok. Ehm… e se bevessimo una birretta? Anzi, no: vuoi uno Jager? La tizia del banco vicino al palco Pertini ti riempie il bicchiere come se non ci fosse un domani.
– Senti, facciamo semplicemente un giro fino in collinetta, ok?
– Ok. Il pedalò per arrivarci lo pago io.

Giulia si sente stranamente sobria adesso, come dopo una doccia fredda o un incidente: mentre raggiungono la collinetta un piroscafo li supera sulla destra generando un’onda anomala di dimensioni preoccupanti, ma lei non se ne cura. Sta pensando al suo povero imene, disperso per sempre nella rete fognaria di Milano. Raggiungono il palco mentre i Giardini di Mirò stanno indossano le mute: manca poco all’inizio del concerto.

– Ehi, hai visto quel tizio? Ma chi è? – esclama Giulia.
– Ah, sì, l’ho visto anche prima. È un inuit che segue i Giardini di Mirò: non ho capito bene perché.
– Andiamo a vederlo da vicino, dai! Voglio vedere meglio i suoi vestiti!
Mi scusi, mi scusi signore, ma lei da dove viene?

Sei secondi di silenzio tombale, poi la risposta:

– Noleggio kayak.
– Sì, ok, è venuto in kayak, ma intendevo: da che Paese viene?
– Giardini di Mirò.
– Ma ha capito quello che le ho chiesto?
– Soldi.
– Niente, mi sa che non mi capisce. Provo in inglese: sorry, but… ehi! Che cazzo è quello?
– Noleggio kayak.
– COSA. CAZZO. È. QUELLO!!
– Ehm, Giulia, stai calm…
– Questo stronzo eschimese ha il mio imene al collo!
– Non sappiamo se è il tuo oppur…
– Certo che è il mio! Dove l’hai preso, brutto stronzo?
– Kayak.
– Oh, merda. Senti un po’, quanto vuoi? Quanti soldi tu volere per imene?
– Soldi.
– Sì, ti do i soldi. Ma quanto?
– Giardini di Mirò.

La conversazione ha mantenuto questo tenore per un tempo stimato di un’ora e venti circa: l’inuit si è dimostrato incapace di imparare altre parole in italiano, men che meno “imene”. Alla fine, in qualche modo, l’affare è stato così concordato: l’inuit ha preteso il pagamento immediato degli arretrati dei giardini di Mirò per il noleggio dei kayak (anche se loro continuano a negare) e un aperitivo a oltranza pagato in cambio dell’imenica collanina.

– Eccoci. Cosa tu volere bere?
– Guarda che se non conosce l’italiano non lo capirà meglio solamente perché non coniughi i verbi.
– Hai ragione: ehm, cosa bevi? Bere! Ordinare! Cosa bevi tu?
– Cosa cazzo vuoi che ti risponda: conosce solo  tre parole!

Risposta a sorpresa dell’inuit, suggerita dai Giardini di Mirò:

–  Campari!

Ma al Magnolia servono solo bitter Martini.

 

Per la cronaca:

qualcuno mosso a compassione si è recato nel più vicino supermercato per acquistare del Campari, pigliandosi la multa per aver violato il blocco del traffico. I baristi del Magnolia, invece, non si sono mossi a compassione;

Giulia ha recuperato il tanto sospirato imene, e dopo aver speso centoventi euro di attrezzature al Brico Center se l’è riattaccato riacquistando la propria verginità. Non vogliamo sapere come;

L’inuit è stato assunto come testimonial del pinguino De Longhi.

I giardini di Mirò rappresenteranno l’Italia alle prossime olimpiadi, categoria kayak;

Il padre di Giulia ci è rimasto molto male quando lei, con la maglietta dei nirvana addosso, gli ha detto: “la più figa di tutti è stata Patty Pravo”. Poi gli ha spiegato il perché, e lui si è rasserenato:

Cioè, vedi papà, non è solo una cantante, capisci? È una diva. Una diva vera. Tu guardi un’ora di concerto e se alla fine ti chiedono che faccia ha il chitarrista, mica lo sai.
Hai visto solo lei.

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