V per vecchia di merda

È stata proprio un’idea del cazzo”, pensò il signor Amado.
Era sempre stato così: si rendeva conto di aver avuto un’idea del cazzo giusto un istante prima di possederne la conferma; gli accadeva da sempre, da quando aveva dieci anni. In quell’occasione prestò dei soldatini a un amico, una domenica, in campeggio sul lago. Si trovava lì con i suoi genitori per il fine settimana. Tutto filò liscio per l’intero pomeriggio finché non si rese conto, intorno alle otto di sera, che era domenica. Ora, se ti trovi in campeggio per il fine settimana, ed è domenica, non devi essere un genio per intuire che quello è anche il giorno in cui te ne devi tornare a casa. Se a poche ore, forse pochi minuti dalla partenza il tuo battaglione Panzer II in pura plastica cinese si trova nelle mani di un amichetto, ebbene, è empiricamente provato che egli farà l’impossibile per fingere di essersi dimenticato di restituirteli prima di salire sull’ auto per tornare a casa a sua volta. Tutto ciò delinea un quadro già di per sé preoccupante: se a tutto ciò aggiungi il fatto di non essere un abituèe di quel campeggio, ciò che ti si para davanti agli occhi è l’immagine del suddetto amichetto che sorride, nel salotto di casa sua, attorniato dal tuo battaglione Panzer II, brindando con del latte al cioccolato alla vittoria sul nemico e alla memoria di quel fesso del vecchio generale che è caduto nella trappola antica, semplice e per certi versi commovente del prestito temporaneo.
Aveva sette anni, il traditore.
Questo pensiero riempì giusto il tempo necessario alla madre di Amado per azzerare la distanza che lo separava da lui e proferire le seguenti parole:”Mi ha detto il tuo amichetto di salutarti: stanno partendo. Cioè, ormai saranno già partiti.”
Pochissimi privilegiati possono dichiarare di ricordare con esattezza quando hanno pensato per la prima volta nella propria vita “Che figlio di puttana”: il signor Amado è tra questi. La sua composta reazione consistette nel chiedere alla madre di ottenere dal padrone del campeggio l’indirizzo dell’amico “per spedirgli una cartolina”: una volta fatto questo, meditò a lungo su cosa scrivere e infine si decise per la punizione massima infieribile da parte di uno che sa a uno che non sa: una lettera rivelatrice sulla vera identità di Babbo Natale.
Dieci anni, aveva.
Da allora, in questo senso, nulla è cambiato, nonostante sia rimasto fregato anche lui, come tutti, da quella faccenda del crescere: oggi si trova sul lato sbagliato dei quaranta, guida un’utilitaria e un secondo prima di prendere lo svincolo si rende conto che andare a fare la spesa di sabato pomeriggio probabilmente si rivelerà, come già si è accennato, un’idea del cazzo.
Quando un presentimento lo azzecchi da tutta la vita, tendi a fidartici.
Il parcheggio del supermercato pare un raduno mondiale di formiche rincoglionite: a occhio, una buona metà delle signore occasionalmente alla guida dell’auto del marito tende a fingere che questa abbia le stesse dimensioni dell’utilitaria di casa, dilaniando fiancate metalliche al grido di: “L’altra volta ci sono passata!” e frantumando specchietti formato quindici pollici, come televisori gettati dalla finestra a capodanno.
Il signor Amado sperimentò nuovi e improbabili epiteti quando un’anziana signora alla guida di un’auto che sarebbe stata considerata vecchia anche da un superstite della grande guerra sbucò dal nulla infilandosi nell’unico posto disponibile in quell’orgia di nervosismo e clacson azionati a caso, sottraendolo ad Amado. Questa si esibì poi in uno svogliato cenno di scuse, alzando lo sguardo e le braccia verso il signor Amado per poi allontanarsi trascinando dietro di sé la gamba destra, come fosse un’appendice aggiuntale per errore, disegnando con i piedi punti e virgole immaginari sull’asfalto del parcheggio.
Le gomme della sua auto sembravano nuove.
Spesso alle persone non piace fare delle cose per il solo e unico motivo che quelle cose, semplicemente, non gli riescono bene. Al signor Amado succedeva, tra le altre, con la spesa: acquistava d’impulso, quasi a caso, districandosi tra labirinti di scatolame colorato, sbagliando continuamente il codice dei prodotti sulla bilancia del reparto frutta e scoprendone così altri dei quali aveva sempre ignorato l’esistenza, tipo le carrube.
Il supplizio settimanale terminava con un avvicinamento graduale alle casse, così da poterle tener d’occhio da lontano e catapultarcisi nel caso ve ne fosse una libera, o quantomeno con poca coda, mentre sistemava nel carrello qualche altra inutilità.
Fu mentre faceva rifornimento di barrette al cioccolato che si rese conto del fatto che la cassa numero quindici era libera. A volte basta un attimo: alzi lo sguardo e individui il nemico. Stessa distanza dalla cassa libera, carrello pieno: è lei, il nemico.
La vecchia del parcheggio. Quella troia.
Una ragazza li nota, si mette a metà strada e si improvvisa starter, dandogli il via. Partono. Il signor Amado spinge il carrello il più velocemente possibile verso la cassa lanciando epiteti poco simpatici alla vecchietta ma lei, come sospettava, ora non claudica più e gli lancia addosso i denti, mancandolo di poco. La dentiera si schianta a terra a meno di mezzo metro dalla gamba destra di Amado, che comincia a dare segni di instabilità psichica: “Gli anziani non servono a un cazzo!”, urla a squarciagola: “Frescheeefrsafi!!” risponde la vecchietta, che in mancanza della dentiera modifica improvvisamente il proprio idioma di riferimento da “italiano” ad “aramaico antico”. Repentinamente, poi, sposta il peso sul lato sinistro del carrello compiendo una virata di novanta gradi, fa leva sul tacco della scarpa e lo travolge franandogli addosso con la sua anca in titanio disarticolandogli una spalla, rubandoglii al cardiopalma il posto in cassa e urlandogli “Tefta di caffo!” che in aramaico antico deve significare qualcosa del tipo “testa di cazzo”, ma non ne sono sicuro.

Il signor Amado si mise in coda a un’altra cassa, rispettando pazientemente il proprio turno; la vecchietta sistemò la spesa sul carrello scorrevole, pagò e se ne uscì prima di lui, mostrandogli un dito della mano che vi lascio immaginare, sorridendo vittoriosa. Amado non reagì. Pensò che sarebbe stato bello conoscere l’indirizzo della vecchietta, ma valutò anche che lei, probabilmente, la faccenda di Babbo Natale già la sapeva.
Pensò che non aveva più dieci anni e in quel momento, all’improvviso, si sentì in colpa: se Babbo Natale fosse esistito veramente gli avrebbe chiesto un treno di gomme nuovo per l’auto della signora. Ma purtroppo, come il bambino di merda che stava per calpestargli inavvertitamente un piede avrebbe presto scoperto, quel ciccione del cazzo non esisteva.

 

 

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